Corporate Branding: Narciso
Tomorrow SWG: L?autoscatto dei manager italiani
Per risultare competitive, per riuscire a sopravvivere, o addirittura per emergere, le aziende devono avere dei manager in grado di rimboccarsi le maniche: si tratta anzitutto di pensare in altro modo alle strategie di marketing e agli strumenti per farle funzionare al meglio. 8 manager su 10 si dicono assolutamente convinti che sia troppo rischioso stare fermi in un contesto di competizione globale come quello vissuto dalle aziende oggi.
Non è tutto: il 68% della classe dirigente è disposta ad ammettere il grande valore dell’innovazione (e non solo in termini tecnologici). Ma esserne solo consapevoli purtroppo non basta. Il vero problema è infatti che questi manager così convinti, spesso non sono disposti ad investire in tal senso facendo rimanere il buon proposito un post-it «importante da fare» attaccato in un giorno imprecisato dell’agenda.
Quando poi si parla di corporate reputation e di agire sull’immagine dell’azienda, la convinzione è quasi cristallina: non è solo il top management che deve entrare in gioco. Ad aver raggiunto tanta consapevolezza ben il 76% dei dirigenti interpellati. Diversi infatti sono i fattori che possono incidere sulla reputazione di un’azienda e uno di questi è certamente rappresentato dall’universo degli stakeholder, tutte quelle persone, individuabili come i portatori di interesse per l’azienda, che troppo di frequente non vengono ascoltati. Se ne rende conto il 63% dei manager, ammettendo che nella gran parte dei casi, il manager aziendale non è in grado di cogliere le istanze degli interlocutori di riferimento e di agire per riuscire a soddisfarli. Problema questo di non poco conto e una domanda sorge spontanea: come fa un’azienda a dare di sé una buona immagine, se non riesce a farsi apprezzare in modo adeguato al proprio interno?
Dare quindi più importanza agli stakeholder, partendo magari dalle risorse interne, che – a detta del 78% della classe dirigente – non vengono adeguatamente valorizzate. E anche qui si ritrova il buon proposito che non si trasforma in azione concreta: è necessario dare il giusto valore alle risorse umane perché può risultare fondamentale per lo sviluppo dell’azienda stessa.
E come non considerare di altrettanta importanza il ricambio generazionale, oramai famoso e famigerato in tutti gli ambiti? Anche per il momento la convinzione riguarda la teoria: ben 7 manager su 10 sanno che tale processo dovrebbe essere fortemente incentivato dalle aziende dato che può rappresentare un punto di forza per la propria immagine.
Purtroppo però in Italia, il problema è legato alla fiducia: d’accordo che il ricambio generazionale debba avvenire, ma poi siamo sicuri che ‘i nostri giovani’ siano in grado di portare avanti l’azienda e di affrontare le difficoltà? Fatta questa valutazione, il 65% dei manager ammette (forse con difficoltà) che la preoccupazione per come possano venir gestite le sfide future, fa passare in secondo piano qualsiasi buona intenzione e slancio verso quella che (volente o nolente) diventerà la classe dirigente di domani. Scarica gli allegati
- Tra reputazione e immagine. Alcune considerazioni finali
- Tra pregiudizi e strategia
- L'autoscatto dei manager italiani
- Identità, immagine e reputazione
- Consumatori tecnologici
- Mai più spettatori. L'ascesa al potere del consumatore padrone
- La paura di guardarsi dentro

di Federica Bertolotti
di Gianfranco Fornaciari Direttore Generale di O-one
di Massimo Rontani
Lorenzo Franzi, testo di Livia Grossi. Viaggio nella comunicazione attraverso il cantastorie. Per casta, il griot è detentore della parola non scritta. Vera biblioteca vivente, è capace di ricordare eventi, antichi di secoli, che riguardano villaggi, clan, tribù o famiglie
di Andrea Di Fonzo