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CONTRIBUTORS

  • La mia azienda: semantica e senso di appartenenza

    di Federica Bertolotti

    Direttore Creativo

    Industree Internal Branding

    Quando, in qualunque tipo di conversazione, ci si riferisce al proprio posto di lavoro, nessuno dice "l'azienda per la quale lavoro", ma tutti sbrigativamente e senza pensarci dicono "la mia azienda"

    (continua)

     
  • Corporate blog:
    comunicare l'azienda

    di Gianfranco Fornaciari Direttore Generale di O-one
    Le organizzazioni cercano continuamente nuovi ed innovativi metodi di comunicazione all’interno e all’esterno di esse.

    (continua)

     
  • Perché un manuale di identità visiva

    di Massimo Rontani

    Direttore Creativo

    Treebrand

    Il Manuale di identità visiva è il documento ufficiale che, in maniera essenziale descrive ed illustra dettagliatamente gli elementi dell’identità visiva e riporta i criteri e le regole per il loro corretto utilizzo. È la sintesi delle informazioni contenute nel

    (continua)

     
  • Come parlano
    i colori

    di Federica Bertolotti

    brand project director Treebrand
    Spesso i colori influenzano l’acquisto di un determinato prodotto o semplicemente lo rendono identificabile all’interno di una categoria.

    (continua)

     
  • Il Griot: dal tam tam all'e-mail

    Lorenzo Franzi, testo di Livia Grossi. Viaggio nella comunicazione attraverso il cantastorie. Per casta, il griot è detentore della parola non scritta. Vera biblioteca vivente, è capace di ricordare eventi, antichi di secoli, che riguardano villaggi, clan, tribù o famiglie

    (continua)

     
  • I podcast e il marketing mix

    di Andrea Di Fonzo
    I podcast non sono più un solo territorio di sperimentazione dei giovani o delle community per fare comunicazione dal basso, autoprodotta e a costo zero. Da una ricerca di BridgeRat

    (continua)

     

Corporate Branding: segni

Un linguaggio fatto di segni

Giacché un linguaggio è fatto di segni, di elementi convenzionali che diversamente combinati formano la completezza dell'espressione, ci sembra giusto definire così il graphic design, un linguaggio fatto di segni che, al di là del decorativismo e della visibilità, sanno parlare a chi guarda, a chi usa, a chi compra, a chi sfida.

Non è questo un discorso sulla marca e sui suoi valori, è una riflessione su come un marchio, un'immagine coordinata, un packaging possano, debbano comunicare, come possono esprimere valori attraverso segni, colori, rapporti fra pieni e vuoti.

Un'arte sottile, spesso difficile da comunicare, uomini che ogni giorno combattono contro lo strapotere della visibilità per promuovere un mondo fatto di forme, un linguaggio fatto di pesi, dove, spesso, togliere è più difficile di che aggiungere. Eppure il marchio è il primo segno che un'azienda o un prodotto danno di loro stessi, è il primo contatto, è l'unico modo che il consumatore o il semplice "voyeur" posseggono per guardare negli occhi l'azienda.

Per questo un marchio deve essere prima di tutto vero: vero nelle line, nei colori, nelle diverse applicazioni. Deve essere semplice comunicazione di valori forti, se ci sono, o crearne di solidi. Come un abito, più di un abito, il marchio parla di se e di chi lo porta, di chi lo usa, se è ben fatto, come chia di ingresso per entrare in comunicazione con l'altro.

Mai frutto di arbitrio o gusto personale, un marchio segue regole costruttive e progettuali precise; sa dire, se il linguaggio è corretto e se la grammatica è stata ben appresa, molte più cose di un intero volume di considerazioni tecniche.

Nulla vieta che le regole possano essere sovvertire ma, come sempre, prima è necessario conoscerle.

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